LA SCUOLA E’ UN MAPPAMONDO

Che la scuola sia un mappamondo è proprio il ministero della istruzione che lo afferma esponendo i dati dell’anno scolastico 2014/15 (gli ultimi a disposizione fino a oggi)  eppure si continua a parlare di sperimentazione.

Nel 2014 i bambini e ragazzi stranieri nelle nostre scuole erano 814 mila (10% degli iscritti) di questi 814 mila il 55,3% (oltre la metá) sono bambini o ragazzi di “seconda generazione” nati cioè in Italia da genitori immigrati gli anni prima e circa 3000 istituti hanno una presenza di alunni “stranieri” che supera il 30%.

Questi sono i numeri. Ma la cosa che mi fa riflettere è che mentre all’università la pluralità culturale degli iscritti è letta da saggi e politici come un dato positivo questa lettura cambia nelle scuole dell’obbligo. 

Per cercare di dare una risposta occorre tornare un pochino indietro nel tempo. 

Penso che rinunciare ad ascoltare “Tu scendi dalle stelle” a Natale sia stata dura. Per alcuni genitori si intende. Per i bambini, la scelta di due scuole del riminese di sostituire il tradizionale canto natalizio con un motivo africano ( decisione nata da un progetto sulla fratellanza tra i popoli che aveva come scopo l’integrazione) non deve avere fatto una grande differenza, anzi: deve essere stato piuttosto divertente. 

La scelta di sacrificare un simbolo della nostra cultura, come è accaduto in queste due scuole riminesi non è arrivata dalle famiglie ma dagli insegnanti.

Questo vuole dire che bisogna guardare la realtà con gli occhi dei bambini e non con quelli degli adulti e forse non tutti i genitori capiscono quello che voglio dire. Scommetto che un bambino mussulmano sarebbe felicissimo avere un ruolo in una rappresentazione natalizia magari proprio nella parte di Gesù ma ….. immagino il putiferio tra gli adulti. 

Insomma l’approccio per sottrazione non può funzionare e non è corretto. Non riusciamo a capire che la complessità non è più una cosa eccezionale ma la regola.

I ragazzi sono spiriti liberi e lo sono fino a quando vedono il mondo come noi, che vorremmo essere positivi, ma che poi non riusciamo ad evitare un clima di diffidenza. 

Questo clima di diffidenza lo respiriamo ovunque, nei rapporti interpersonali, in quelli professionali, negli ambienti di lavoro e persino in posti o situazioni che non immaginiamo come durante una partita di calcio, in famiglia, a scuola.

Tutto cambia si trasforma in momenti di tristezza che ci arrivano dalla cronaca, fra fatti violenti che riempiono i notiziari e politici che invece di confrontarsi si “affrontano”. La prudenza e la paura hanno quindi il sopravvento.

L’oggetto di questi due sentimenti è lo stesso: ciò che non si conosce. 

Ma mentre la prudenza ci rende solo più attenti, nel continuare, comunque, il nostro percorso di scoperta del nuovo, la paura è una catena invisibile ma che ci tiene fermi. Lì dove siamo e nel tempo ci incattivisce nella sua gabbia. 

Parliamo spesso di diversità ma non impariamo a vedere che nella diversità c’è bellezza e forza. Vorrei tanto confermare che nella scuola il “diverso” o lo “strano” siano argomenti di dibattito  costruttivo o di cambiamento con prospettive interessanti ma non è così
Tiziano

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