IL FARO DEI MONACI

Non mi ricordo quando è nata la mia passione o meglio dire, “ammirazione” per i fari ma ricordo molto bene “come” ci sono finito in un faro. Si…a quei tempi ero incosciente e ribelle ma ero anche giovane e quindi lo potevo fare. Ma sicuramente essere incosciente e ribelle non erano le condizioni giuste per un militare. Avevo già da tempo imparato a mie spese che era molto meglio rimanere fermi e, diritti mentre un “Sottotenente di Vascello” ti urla con tutto il fiato che ha in corpo che: “sono agli arresti!”. Cavolo che sfortuna…..nemmeno un mese che ho i “gradi di Sergente”. E poi per cosa? Per non avere eseguito l’ordine di “non avere fatto asciugare una camerata allagata”. L’avrei anche fatta lucidare ma ero stufo di farlo fare tutte le mattine. Adesso basta…..prima volevo fare riparare quella perdita dal muro ma…. dovevo fare i conti con un superiore ottuso e burocrate. Nulla servì  tentare di giustificarmi. Una settimana di cella e poi il processo. Sentenza: “15 giorni al faro.” Sinceramente poteva andarmi anche peggio….Potevo essere degradato e perdere parte dello stipendio di sottufficiale ma per una serie di circostanze (uno sciopero dei guardiani del faro!) la fortuna mi guardò se non negli occhi almeno di “traverso”. Finì che potevo anche scegliere….o i gradi o 15 giorni da solo in un faro con una radio, insomma, avete già capito com’è andata. Una volta al giorno passavano a vedere se ero vivo, mi portavano quello che avevo bisogno e avevo il tempo per leggere o parlare con i gabbiani. Ma la cosa più bella era quel faro, enorme, imponente. Il suo interno era il mio rifugio dal freddo e dal vento di tramontana. A dir la verità il “guardiano” era presente. (mica erano del tutto pazzi a lasciare uno come me in un faro dove poteva solo fare un disastro biblico!). Un bravo uomo ma scorbutico e introverso come il suo faro. E come il faro, quell’orso era alto magro e forte per resistere ad ogni tipo di mareggiata, forte nel sopportare la sua solitudine ma con una luce dentro di se che coglievi a distanza. L’unica cosa è che non capivo nulla di quello che diceva ma poi sono arrivato alla conclusione che aveva ragione lui perchè per parlare con 2 gatti e una ventina di gabbiani la parola non serve.  Ho pensato tante volte che forse, le avversità della vita o la solitudine si combatte cosi. Basterebbe essere semplice come lui. Del resto io tra poco lo avrei lasciato ma lui, lui sarebbe stato sempre li. Mi capitò molte volte di passare nelle vicinanze di quel faro durante il periodo di militare a volte di giorno mentre dormicchiava ma anche di notte dove mi rassicurava con la sua presenza. Era il punto di riferimento per tracciare una rotta o calcolare un tempo di arrivo. Sapevo che di notte se lo vedevo ero entro 11 miglia dalla costa (circa 22 km) e mi diceva anche dove passare. Spesso mi sembrava di vederlo a distanze superiori ma era solo per la certezza che fosse là altrimenti sarebbe stato un problema. Non cerano ancora i GPS o per lo meno non erano in dotazione alla CP235. Tutti i conteggi erano fatti con una calcolatrice ….e dovevano essere fatti il più rapidamente possibile e nel modo più preciso possibile e forse erano quei due “possibile” che mi fecero ridurre da 15 a 10 i giorni…..quando una mattina mi dissero di preparare i miei stracci e di lasciare la branda in ordine che sarei stato sostituito. Insomma ritornavo al mio imbarco ma prima salutai il guardiano che mi disse qualcosa brontolando nel suo dialetto e che come al solito non capii ma, sapeva di buono dal timbro della voce……

Arrivato in Capitaneria prima di riprendere il posto sulla CP235 passai dalla camerata e notai con soddisfazione che stavano riparando la perdita. Salutai l’ufficiale di guardia e chissà perché vidi una luce anche dentro la sua corazza. Non so se adesso quel faro è diventato una residenza per turisti ed è meno solo, se è stato automatizzato o sostituito con chissà quale diavoleria ma, di sicuro lo ricordo ancora come l’ho lasciato.

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