Falò di Sant’Antonio

“ Sant’Antantoni da la barba bianca fam truà ch’ el che ma manca”

Questa credenza del falò di san’Antonio si tramanda  dalla notte dei tempi, di certo  non c’è niente, ma ogni anno ragazzi e ragazze si ritrovano davanti al fuoco e soprattutto le ragazze,  che scrivono  i loro desideri più nascosti per poi lasciare il biglietto nelle fiamme del fuoco sperando che questi si avverino.

Non si sa se questo accadrà o no, ma è bello crederci e quindi se quest’anno non si avvererà  l’anno prossimo saremo ancora la con i nostri biglietti e le nostre penne, per chiedere, forse di nuovo lo stesso desiderio o aggiungerne altri, chi lo sa…

 

Come afferma il Sindaco Davide Galimberti in un’intervista che ha rilasciato ad un giornale locale come da tradizione, anche quest’anno si è svolto il falò varesino, un evento in cui la bellezza della chiesa di piazza della Motta viene messa in risalto dalle fiamme che illuminano la facciata, creando un  momento magico. Un appuntamento che richiama nelle vie della città numerosi varesini per celebrare la figura di Sant’Antonio e per ammirare lo spettacolo delle fiamme che si levano verso il cielo.

Un momento unico nella sua semplicità e che, come ogni anno, migliaia di cittadini non possono fare a meno di partecipare. Ciò che mantiene in vita questa tradizione è lo spirito di molti varesini, che riesce di volta in volta a comunicare lo spirito di appartenenza alla città dando risalto al senso profondo di comunità che ci lega.

Ma chi è Sant’Antonio? Perché un falò per ricordarlo?

Il falò di Sant’Antonio è la festa in cui si combatte il diavolo, si celebra la vita che risorge, e si benedicono gli animali. Una tradizione che viene da tempi antichi e dalla terra e va celebrato come si deve. Non è Sant’Antonio da Padova (che poi è di Lisbona) ovvero il Santo a cui affidare la propria fortuna matrimoniale o grazie al quale trovare gli oggetti perduti, Sant’Antonio Abate è il «Grande», il «santo del Fuoco», è il Santo purificatore, il santo che combatte il diavolo, legato alla fertilità della terra, celebrato da sempre, fin dal 357 quando morì nel deserto della Tebaide.

Sant’Antonio Abate, nato in Egitto da una famiglia benestante sentì fin da giovane un forte richiamo spirituale: abbandonò tutto e ogni ricchezza per vivere nel deserto con altri anacoreti, poi abbandonò anche loro.

Visse per 20 anni in una grotta lontano da tutto, con una fonte d’acqua vicina e del pane che gli veniva calato due volte l’anno lottando fortemente con il demonio che lo tentava continuamente. Antonio si dedicò alla cura dei sofferenti, operando guarigioni miracolose e scacciando il diavolo.

Da allora Antonio è il «Grande» capace di sconfiggere le malattie più terribili .

In realtà come tanti lui si è «fatto carico» di rituali fondamentali del mondo pagano, legati allo scorrere delle stagioni, al compiersi dei cicli naturali, alla coltivazione delle terra.

Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio si lega al momento che viviamo ora a metà gennaio, quello in cui torna la luce, in cui il sole risorge sull’orizzonte portando vita e fertilità ai campi. Così come il solstizio o anche l’epifania, queste sono feste dedicate alla luce e al fuoco rituale.

Si chiude un anno con un falò, si brucia il passato, si risorge, si ricomincia dalla cenere, purificatrice e fertile.

Ma non solo: nei secoli Sant’Antonio, si è anche trasformato nel Santo protettore degli animali.

I monaci dell’ordine degli Ospedalieri Antoniani nel Medioevo aiutavano i sofferenti ricavando cibo e creme emollienti dai maiali, e presto l’immagine del santo fu ritratta in compagnia di un maiale     

Così tradizionalmente il 17 gennaio si benedicono gli animali in ogni cascina (oltre che nelle chiese) e di più: una leggende veneta particolarmente suggestiva racconta che la notte del 17 gennaio gli animali possano parlare, per questo è meglio stare lontani dalle stalle, perché sentire le conversazioni degli animali non è di buon auspicio.

 

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